Si dimette la Grandi Rischi: chi lancerà il pericolo terremoto?


da Estense.com del 25/10/2012

Secondo Coltorti, membro ferrarese della Commissione, la decisione è inevitabile dopo la sentenza de L’Aquila. Ma si apre un grave vuoto Massimo Coltorti Massimo Coltorti, docente dell’Università di Ferrara e membro della Commissione grandi rischi, ha rassegnato, insieme ai colleghi, le proprie dimissioni dal massimo organismo di raccordo fra la comunità scientifica nazionale e la Protezione civile. “Il presidente Luciano Maiani si è dimesso – ha dichiarato Coltorti -, e la maggior parte di noi ha inviato o sta inviando in queste ore le proprie dimissioni che verranno formalizzate in una prossima riunione plenaria che è stata richiesta per approvare e motivare tali dimissioni”. Il problema era già stato affrontato prima della sentenza de L’Aquila, afferma Coltorti, in una riunione nel corso della quale era stato chiarito, anche se non ancora formalizzato in una proposta di nuovo regolamento che “la Commissione grandi rischi è un organo scientifico di consulenza mentre le scelte tecniche di comunicazione e di evacuazione o non evacuazione di una certa area e devono essere fatte sempre dal Dipartimento della protezione civile”. Nel rapporto con il Dipartimento della protezione civile, secondo il membro dimissionario, “noi valutiamo quali sono le situazioni di pericolosità e proponiamo al Dipartimento gli scenari possibili in caso di evento catastrofico. Questo è il nostro compito. Un compito scientifico. Sulla base di questo scenario scientifico il Dipartimento deve mettere in atto le strategie più appropriate per salvaguardare la popolazione civile”. L’esempio proposto da Coltorti (che è vulcanologo) di un corretto funzionamento di questa “filiera” decisionale e operativa può essere quello della zona vesuviana, dove c’è il pericolo di una eruzione del vulcano che sovrasta Napoli. Secondo un corretto modello di intervento “la Commissione è in grado di fornire il quadro scientifico dell’eventuale eruzione (tipo di eruzione, possibili conseguenze in relazione anche a precedenti eventi analoghi, ecc), il Dipartimento della protezione civile decide le strategie da adottare in quel caso specifico e le comunica, e i sindaci delle zone interessate sanno già, a seconda della zona in cui si trovano, come si devono comportare in quel caso”. Ma si tratta, purtroppo, di un modello puramente teorico. Che lascia scoperte due questioni rilevanti. La prima questione è che “quando anche si chiarisse il ruolo puramente scientifico della commissione, resterebbe tutto l’aspetto operativo del rapporto fra la protezione civile i sindaci, i prefetti e gli altri soggetti che governano il territorio”. Nel caso concreto di un terremoto devastante che colpisse la nostra città, ci si domanda se la parte operativa che compete a Protezione civile e sindaci sarebbe pronta a mettersi in moto con efficienza e tempestività. Coltorti non ha specifiche competenze in questo campo, ma in più occasioni ha sottolineato che bisogna “mettere a sistema” le diverse conoscenze disponibili sul territorio e che -soprattutto- bisogna effettuare simulazioni di intervento “in tempo di pace”. Sappiamo che questo non era stato fatto prima del terremoto di maggio. Sappiamo che i cittadini non erano informati sul possibile rischio sismico, in particolare quello delle loro residenze, sappiamo che non erano state raccolti dati sufficienti per la microzonizzazione. Sono passati cinque mesi. E’ stato fatto qualcosa in questa direzione? C’è quel “progetto scandito nei tempi e nella sua (necessaria) dimensione” di cui parla la sismologa storica Emanuela Guidoboni per guardare con serenità al futuro? La seconda questione – urgentissima- è che se, per pura ipotesi, i pennini dei sismografi dovessero rilevare una situazione sismica anomala, non sappiamo se ci sarebbe qualche esperto pronto a comunicarlo ai responsabili della protezione. “In effetti, afferma Coltorti, in questo momento c’è un vuoto di competenze. Non so se in un caso di questo tipo la commissione sismica farebbe una comunicazione”. La questione è grave perché si gioca sulla pelle dei cittadini, e perché riflette -ancora una volta- – il rapporto “malato” fra scienza e decisori politici e la funzione impropria a cui è chiamata la magistratura (nella patria di Galielo). Ma richiede anche una più profonda e articolata consapevolezza etica agli scienziati che, nella moderna società del rischio, non possono “chiamarsi fuori” dalle implicazioni sociali del loro operare.

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