I bambini e la vita in tendopoli


Con “Le case fatte di tenda” una giovane regista ferrarese colpisce il pubblico del Giffoni Film Festival

da La Nuova Ferrara del 30 luglio
di Samuele Govoni

FERRARA. Lyda Patitucci giovane regista ferrarese, ha realizzato il documentario “Le case fatte di tenda”; dodici minuti in cui si racconta, accompagnati dallo sguardo dei bambini, la vita in tendopoli. Il lavoro è stato presentato al Giffoni Film Festival.

Com’è nato questo documentario?

«Telefono Azzurro cercava registi e videomaker per documentare il loro lavoro all’interno delle tendopoli e, in particolare, il progetto si concentrava sul campo 2 di Finale Emilia. Ho risposto all’annuncio, mi hanno scelto e abbiamo deciso di tuffarci insieme in questo lavoro».

Come si è svolta la lavorazione?

«Le riprese sono durante solamente un giorno. Dovevo documentare il lavoro degli operatori Onlus nei confronti dei bambini; scoprire le attività ricreative, i giochi, i momenti di studio e i percorsi intrapresi per aiutare i più piccoli a superare il trauma del terremoto».

E’ stato difficile rapportarsi con questa realtà?

«Assolutamente no. L’entusiasmo dei bambini, la loro gioia e trasporto hanno azzerato imbarazzi e difficoltà. Da subito c’è stata completa apertura e disponibilità. Gli operatori di Telefono Azzurro hanno impostato tutto sottoforma di gioco; i bambini erano reporter e, con il compito di mostrarmi il campo, mi hanno accompagnato dappertutto».

Qual’è stata l’ottica, o meglio, lo sguardo delle riprese?

«Ho cercato di rapportare la telecamera con il punto di vista dei bambini; riprese basse e miste. Riportare le parole e le immagini nel modo più fedele e trasparente possibile. Certo i bambini tendono, per natura, a vedere tutto in maniera più positiva, energica e gioiosa. Da adulta alcune difficoltà effettive della vita all’interno del campo le ho riscontrate come, ad esempio, il caldo asfissiante e la condivisione obbligatoria degli spazi, non sempre facile. Insieme alle ragazze dell’Onlus ho scelto di non riprendere mai i bambini in volto; oltre che per un fatto di privacy ho evitato le espressioni del viso per non inciampare in “emozioni facili”; è facile commuovere con uno sguardo innocente. Non era quello che volevo. Tutte le riprese sono di spalle, spesso alla loro altezza, proprio come se la telecamera ce l’avesse in mano uno di loro».

“Le case fatte di tenda” è stato presentato al prestigioso Giffoni Film Festival. Come si sente?

«Telefono Azzurro da anni collabora con il Giffoni. L’attenzione dell’Onlus si è concentrata sul post terremoto e sull’emergenza. Presentare il mio lavoro al festival è stato bellissimo perché è stato proiettato davanti a una platea di 250 bambini che hanno guardato con interesse e interagito. Hanno fatto tante domande dimostrando grande trasporto e sensibilità».

Lei dove si trovava la notte del 20 maggio?

«Ero in Spagna. Vivevo là da quattro anni ma ora sono tornata. Sono profondamente legata alle mie radici e, attraverso questo documentario, ho voluto aiutare a raccontare la mia terra ferita; ne ho sentito il bisogno».

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