Salvate il distretto del buonumore


Il Sole 24 Ore del 10/06/2012 LA DOMENICA p. 23
Alberto Orioli

Graffitari. Ferrara ha precorso quella che gli economisti della cultura chiamano Warhol Economy, riferendosi a New York come esempio di città che deve molta della sua ricchezza recente a fenomeni artistici e culturali? È ciò che forse aveva in mente l’autore di questa frase.

Bisogna ridare il sorriso agli emiliani. È una parte rilevante del marchio made in Italy, è un luogo dell’anima da tutelare con l’Unesco, un modo d’essere contagioso a denominazione d’orgine controllata e garantita. Il terremoto ha ucciso e distrutto, ha colpito al cuore l’ecomomia; la solidarietà degli uomini e la forza di una popolazione stanno già affrontando l’emergenza. Ora nefaste previsioni sull’imprevedibile spargono panico e aggiungono sconforto a sconforto. Motivo in più per ricostruire, per ripristinare una nuova “normalità”. Perchè quella normalità è preziosa per il Paese.
Non possiamo perderlo il sorriso degli emiliani. Nasce, quel sorriso, nel più straordinario distretto del buonumore, quasi il 100% nel rapporto felicità-Pil, frutto di secoli di investimento in cultura e in coesione sociale che è diventata civiltà e si declina, giorno dopo giorno, in civismo. Oggi lavorano a ripristinare i capannoni operai italiani, ma anche pachistani, indiani, ghanesi, marocchini in un melting pot che non crea frizioni. Indù, musulmani, cristiani e sikh offrono a Dei diversi le stesse preghiere, senza tensioni. La convivenza del resto ha radici lontane. Ferrara è la terra dove Ercole d’Este chiama nel ‘400 gli ebrei perseguitati in Spagna per offrire loro approdo sicuro: diventeranno una forza per la città, così determinante nei secoli da far scegliere oggi Ferrara come sede del nuovo Museo dell’ebraismo italiano.
Il castello dei Pico a Mirandola è l’emblema dell’urgenza: lo sfregio nei muri non deve diventare uno sfregio nella tradizione e nei valori. Si faceva chiamare Conte della Concordia il celebre Giovanni Pico, recordman di memoria, di erudizione e di savoir faire. Concordia nelle scienze e nei saperi in una sola filosofia universale dell’armonia.
L’umanesimo dei dotti ha gemmato, nel tempo, saggezza popolare. E un’impronta unica nel costume sociale. Oratorio e sezione, magari con le stesse persone: l’idea di fondo è che il noi è meglio dell’io. Chissà se è l’influsso di Pico che ancora adesso fa convivere, senza “cannibalismi”, agricoltura e industria; che fa dialogare, in quell’ombelico di pianura, capitale e lavoro con linguaggi condivisi e proficui. Il bilanciamento saggio tra il tempo della laboriosità operosa e dei piaceri diventa una my way, un a modo mio, da esportazione. «Lambrusco e pop corn» canta Ligabue, nome di musicista preso a prestito dalla pittura del Po dove un altro genio omonimo, trance pura e messaggio onirico, disegnava a pennellate naif tigri ruggenti sulla portiera di una vecchia 600. C’è anche questo nel distretto del buonumore. Anche il coraggio di cantare «Niente paura». Adesso come non mai.
Eppoi valvole per i cuori artificiali e gnocco fritto. Mito della velocità e dei motori e salama da sugo. Discoteche tecno ma anche polke e mazurke. Un formaggio che è un lasciapassare mondiale e riempie i caveau delle banche e un aceto che, scarto per gli altri, diventa nettare prezioso da vendere a gocce nelle barrique del Modenese. E ancora piastrelle e ceramiche, le prime al mondo: le copiano, le clonano, ma alla fine manca sempre quel sorriso, non replicabile nè riproducibile sia nel progetto, sia nella tecnica di lavorazione. L’emilianità non si può copiare.
Un’amalgama tra sfide industriali, fatte di ingegno, di brevetti e di tecnologia, e ozio creativo antico almeno quanto gli affreschi di Palazzo Schifanoia a Ferrara. Nella città oggi ferita (anche se certo non quanto l’hinterland devastato) e segnata dall’incubo dei crolli dei cornicioni, più di 500 anni fa Borso d’Este si celebrava trasmettendo ai posteri la magnificenza della sua corte. Nel “Salone dei mesi” resta affrescato il frutto della curiosità ardita di chi invitava intellettuali, astronomi e astrologi e univa quelle materie laiche a spunti religiosi, alla ricerca di un sapere unico e unficante. Ancora la filosofia universale da Modena a Ferrara, da Pico a Borso d’Este.
Oggi un graffitaro affida a un muro grigio, poco lontano dal Castello Estense, la scritta: «Ferrara 500 anni fa era New York». È qui l’orgoglioso senso di identità di una città gioiello e di un popolo che il terremoto ha voluto violare: la bonomia non fa mai velo a un certo qual senso di nobile retaggio. Forse non era New York ma conosceva sfarzi, saperi e piaceri. E con essi le ambiguità del potere e delle relazioni. Ma anche i lieto fine: Lucrezia Borgia da famme fatale e machiavellica figlia illegittima del Papa diventa, cilicio e breviario di santa Chiara alla mano, eroina della solidarietà e banchiera dei poveri con uno dei primi Monti di Pietà.
Nel pallore dei volti estensi delle dame del Guercino, c’è un po’ il retaggio del canone rinascimentale di bellezza, un po’ l’eredità genetica di un antico passaggio etrusco che portò progresso ma anche un’anomalia ai globuli rossi. I ferraresi sono consapevoli della loro specificità padana, ne vanno fieri fino a rischiare l’alterigia. Le mura stellate restaurate da non molto possono anche diventare bastioni interiori.
Là dove oggi il tragico capriccio dell’Appennino in pressione verso Nord produce lutti e danni c’è un tesoro che per troppo tempo era finito, esso stesso, in una faglia culturale. Stretta tra il dibattere sul rilancio del Mezzogiorno e il rivendicare rumoroso del primato dei campanili del Nord Est, equivocata come Padania, è passata troppo inosservata l’Emilia opulenta, sensuale e pudica, ricca e solidale. Un modello del buon vivere che è sempre bastato a se stesso e non ha cercato pubblicità se non quella “certificata” dei suoi stessi abitanti, fieri di far parte di una eterna, silenziosa, tensione verso la felicità.
In quella calma piatta della grande pianura, dove solo i pioppeti interrompono la linea dell’orizzonte terroso e diritto, c’è un giacimento di umanità, di miti, di passioni e di contrasti. Un caleidoscopio con padre Amorth l’esorcista e le figurine Panini, gli amori di Ariosto e quelli di Michelangelo Antonioni, il San Giorgio di Cosmè Tura e il ritratto di Verdi di Giovanni Boldini, le schiacciate del pallavolista anchorman Andrea Lucchetta e i do di petto di Luciano Pavarotti; i leoni domati di Nando Orfei e i leoni fotografati di Folco Quilici. E – perchè no? – anche il fulmine Varenne e il brivido di Bugatti, Lamborghini e Ferrari. Il terremoto, incolpevole agente del destino, ci fa riscoprire il patrimonio di una umanità brulicante di passioni e idee. Sta a noi restaurarlo e custodirlo. La tutela del buonumore è la sfida più difficile.

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